Neanche la quarantena è uguale per tutti

In questi giorni di restrizioni per via del Coronavirus stiamo facendo tutti quanti i conti con delle forti limitazioni delle nostre libertà e lo stravolgimento delle nostre vite. Eppure ci sono categorie per cui questa quarantena ha un peso insostenibile.

La prima cosa che ho pensato è stata “Beh, per tre mesi mi sono alzata dal letto solo per andare in bagno quando aspettavo Diana. Posso farcela”.

Poi ho pensato al mio compagno che ha un figlio dal precedente matrimonio. Ho pensato a tutti quei genitori divorziati, principalmente papà, che non potranno vedere i figli per chissà quanto tempo.

Poi ho pensato a quanto è stata lunga la strada che mi ha portata a Diana.

Allora ho pensato a due genitori che, magari, avevano appena ricevuto una telefonata attesa per anni. L’adozione, finalmente. “Abbiamo trovato il vostro bambino, è qui che vi aspetta” dopo anni finalmente 5-10 ore di aereo solo vi separano da vostra figlia o figlio, ma non si può nemmeno scendere al parco sotto casa.

Ho pensato a tutti quelli che magari si saranno visti sospendere una tecnica, così la chiamano in gergo alcuni, una fecondazione assistita magari la prima affrontata con tanta emozione o l’ennesima con disperata speranza.

E poi ai genitori che hanno un neonato prematuro in Terapia Intensiva Neonatale, creature fragili e al contempo sorprendentemente forti. Alcune mamme mi hanno detto che hanno ridotto giorni e orari di visita.

I medici, infermieri, persone che lavorano negli ospedali e stanno gestendo l’emergenza, che probabilmente hanno spostato figli, mogli, mariti, presso altri parenti per scongiurare il contagio. Ci sarà anche chi non vedrà i figli per mesi, mi chiedo. Poi mi do dell’idiota e penso a quella dottoressa, mia coetanea, morta qualche giorno fa.

Ho pensato che per me casa può essere, tutt’al più, un disordinato avamposto della noia (difficile, con una bambina), ma per molte donne e bambini non è affatto un luogo sicuro, ma la tana dell’orco.

numero centro antiviolenza donne

Ho pensato a chi ha figli disabili, alcuni in modo grave: chi lo spiega a un ragazzo autistico che non parla cosa sta succedendo e perché non può andare a fare le lunghe camminate che, magari, gli piacevano tanto.

Poi c’è chi soffre di depressione, ansia, attacchi di panico. E magari vive da solo. E le notti sono lunghissime quando ti svegli e ti senti soffocare e non c’è nessuno che possa accendere una luce in quel buio.

E ci sono quelli che soffrono di gravi patologie psichiatriche.

E quelli che combattono con le dipendenze, o che camminano come funamboli attorno all’orlo del precipizio di droga e alcool.

A quelli che allo “State a casa” si sono fatti una risata, perché vivono per strada o in macchina.

Chi si stava separando e ora è costretto a stare insieme.

Chi si stava curando per una brutta malattia. Chi sa di avere poco tempo e quel poco tempo non potrà passarlo come desidera.

Chi ha appena perso il coniuge o una persona cara per cui uscire, svagarsi e stare con volti amici rappresentavano gli unici momenti in cui quel peso sul cuore si faceva un po’ più leggero.

Ci sono i liberi professionisti, non gli avvocati danarosi di grido come suggerirebbe il nome, ma giovani – non più tanto giovani – che hanno speso anni nella loro formazione, nel portare avanti un’amata professione che frutta poco e domani chissà.

Chi aveva investito tutto in un business che stava decollando, magari, un ristorante, un bar, un negozio. E domani, anche lui, chissà se ce la farà.

Chi vede solo una saracinesca chiusa. E – davvero ci sono – non sa come fare per mangiare in questi giorni.

E poi ci sono quelli che ancora lavorano e ogni sera che tornano a casa magari si chiedono se si son portati dietro un ospite invisibile e indesiderato, il tanto temuto virus. Li ho visti alcuni fattorini, lanciare quasi i pacchi perché non sono stati equipaggiati con tutto ciò che servirebbe per proteggersi, guanti e mascherina.

E mia madre, che sta da sola tutto il giorno, coi suoi 72 anni e mezzo che, a me, sembrano sempre 35 anni. L’ho vista per 5 minuti sul pianerottolo in un mese. Mia madre era bellissima. Questi “nuovi anziani” non sono come quei vecchi grandi saggi con una patina di ingenuità, come avrebbe potuto essere mia nonna: sono ex sessantottini, come mia madre, che improvvisamente si ritrovano precipitati nella categoria “vecchietto a rischio”, per di più a casa da soli (ma con Netflix!).

E poi ci sono i nostri bambini.

Quelli come mia figlia che ha 3 anni e mezzo, ma si vede che ha preso tutto da sua padre. Si tiene tutto dentro. Non dice quasi niente della sua scuola, ma se glielo chiedi ti dice con gli occhi lucidi “Mi mancano i miei amici! Posso andare a scuola mamma?” e poi però aggiunge “No, perché c’è la malattia” con quel tono educato di chi sa di aver imparato bene la lezione.

E i più grandi che rischiano di essere i primi diplomati online della storia, i maturandi del Covid-19.

Questi ragazzi e questi bambini così piccoli a cui si chiede uno sforzo sovrumano: te ne accorgi osservandoli nei rarissimi momenti fuori casa – una volta o due, forse, dall’inizio dell’emergenza.

Sapete come sono i bambini: non obbediscono mai. Stavolta, invece, si tengono a debita distanza.

La mia Diana, la bambina che fa sempre il contrario di ciò che le si dice, è passata, per la prima volta in vita sua, accanto a uno scivolo, senza toccarlo.

NUMERI UTILI DURANTE LA QUARANTENA

  1. Numero di Pubblica utilità del Ministero della Salute: 1500
  2. Numero verde regionale del Lazio: 80011880
  3. Numero della Croce Rossa per assistenza psicologica e telecompagnia 800065510
  4. Servizio di ascolto della Società Psicanaliticia Italia SPI
  5. Numero contro la violenza sulle donne: 1522