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“Non dimentichiamo i bambini” non può essere solo uno slogan

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Silvia Lombardohttps://roma03.it/chi-siamo/
Silvia Lombardo è nata nel 1978 a Roma da madre trasteverina e padre siracusano. Dopo una breve pausa in una città mostruosamente più a misura d’uomo come Torino, vive tuttoggi nella Capitale dove si aggira minacciosa con sua figlia Diana dal 2016. Diplomata in Narratologia e Storytelling alla Scuola Holden, ha fatto la giornalista, scritto libri, cortometraggi, documentari, lavorato nell’editoria, collaborato con la Rai. Della sua infanzia ricorda soprattutto i quattro alberi di Natale che faceva ogni anno con mamma e le sessioni di danza acrobatica in salotto, su musiche di Glenn Miller, con papà. Convinta, quindi, che la famiglia sia una cosa molto divertente, ha deciso di scrivere un blog per il divertimento di tutte le famiglie!

Sono arrabbiata. E non riesco a farmela passare. Era diverso tempo che non mi sentivo così e faccio fatica a gestirla.
Da quando è cominciata questa quarantena sono uscita tre volte: una per andare in farmacia e due per buttare la spazzatura. In tutte e tre le occasioni ho incontrato una quantità di gente onestamente ingiustificata in giro per le strade.

Tante persone, troppe persone tra cui anche un nonno, un papà e il figlio in bicicletta che ogni giorno si fanno un bel giretto per il quartiere e diverse coppie di anziani a spasso con il cane (rigorosamente in due). Guardandoli ho sentito crescere una rabbia e un senso di impotenza che mi ha annientata. Mi sono dovuta fermare un attimo e alzare gli occhi al cielo.

Non dimentichiamo i bambini chiusi in casa da 45 giorni

Il mio sguardo si è posato sul palazzo dove abito e sul mio balcone, quel balcone che ho riscoperto in questa quarantena, dove ho cantato l’inno, dove ho fatto il primo picnic della stagione e dove ogni mattina giocano i miei figli, chiusi in casa senza mai uscire dal 5 marzo.

Oggi festeggiamo 45 giorni di clausura forzata (in realtà abbiamo cominciato una settimana prima perché il piccolo #Attilanontetemo Davide stava già a casa con la febbre, ma vabbè).

Sono stanchi, come tutti i bambini. Sono stanchi, ma si adattano. Anche meglio di noi adulti. Però sono stanchi. A volte depressi. A volte apatici. A volte iper-eccitati. A volte oppositivi. A volte arrabbiati. A volte tutto… tutto insieme.

E pensare che siamo anche fortunati perché abbiamo un balcone. Doverlo spiegare a una bambina di 4 anni – anche se molto matura per la sua età – però, non è semplice. Puntare i tuoi occhi nei suoi, in quegli immensi laghi neri, e cercare di raccontarle realtà peggiori della sua – con la paura anche di turbarla perché fa la dura, ma è un animaletto super sensibile – per farle capire che lamentarsi è normale ma ingiusto, è una prova davvero ardua. Spiegarle che lo facciamo per noi, certo, ma soprattutto per le nonne (non ha più i nonni da tempo) e per tutti quei signori non troppo giovani che potrebbero ammalarsi gravemente se non riusciamo a cacciare quel cattivone del Coronavirus. E mentre lo dici ti piange il cuore, ma il sorriso che ti stampi sulla labbra, a lei, dice altro. Perché non può vederti preoccupata, altrimenti capisce che hai paura anche tu.

Non dimentichiamo i bambini e il loro sacrificio vissuto con troppa leggerezza

Ma soprattutto sentirla ripetere come fosse una saggia quarantenne “quando avranno mandato via questo Coronavirus” come incipit di ogni sua frase, ti strazia l’anima. Perché tu ancora non ti ci sei abituata a questa nuova realtà e fai fatica ad accettarla. Per te e per loro.

Pensiamo ai bambini“, “Non dimentichiamo i bambini” sono gli slogan che vanno per la maggiore in questi giorni. E non posso che condividere. Ma con un’accezione diversa. Non dimentichiamo i bambini: non dimentichiamo l‘immenso sacrificio che stanno facendo, non prendiamoli in giro dicendo che non possono uscire accampando scuse che suonano false anche a noi se dalla finestra vedono altri bimbi andare in bicicletta o giocare per strada come se niente fosse. Non mentiamo sull’importanza di non andare fuori per paura di contagiare la nonna, se poi i nonni sono fuori a passeggiare al tramonto sottobraccio, senza mascherine e guanti, ridendo e scherzando con i conoscenti che incontrano sul loro cammino.

Non dimentichiamo i bambini vuol dire anche insegnare loro a rispettare gli altri

Non facciamolo: non è giusto per loro e non è giusto per noi. Non so cosa decideranno Governo e Parlamento nei prossimi giorni. Non so se ci sarà e come sarà articolata questa fase 2 o la 3. Ho paura e mi manca l’aria. Però rispetto le regole e sopratutto rispetto gli altri. Prima ancora che i malati o i medici che ci stanno curando, rispetto il mio vicino di casa che saluto dal vetro del balcone quando siamo fuori tutti e due, la signora del palazzo di fianco che la sera ritira i panni e mi chiede come stanno Angelica e Davide, i figli del ragazzo che abita di fronte a noi che ormai la mattina ci salutano come vecchi amici e di cui non sappiamo nemmeno il nome, la coppia di giovani sposi che fanno sport da soli sulla terrazza condominiale.
Rispetto il prossimo e insegno ai miei figli a fare altrettanto.

E’ uno sfogo il mio, lo so. Ma ne sentivo il bisogno. Non è tanto il dispregio delle regole che mi fa imbestialire, ma più che altro la mancanza di rispetto verso gli altri. Verso i miei figli capaci di provare una felicità immotivata attaccati alle ringhiere dei balconi per guardare, in punta di piedi, poco sopra al vetro, un mondo che non gli appartiene più. Verso di me e verso mio marito che ci facciamo in quattro (come tutti gli altri genitori del resto) per intrattenerli e rassicurarli mentre lavoriamo, sistemiamo casa, prepariamo da mangiare, laviamo e stiriamo. Verso tutti quei nonni che non vedono i nipoti da un mese e mezzo e si accontentano di sentire la loro voce al telefono o di videochiamarli su Whatsapp. Verso tutte quelle persone che stanno lottando contro un nemico invisibile che gli si è portato via una persona cara.

Quindi, sì, il Governo si deve ricordare dei bambini.
Ma dobbiamo farlo anche noi, perché quei musetti tristi schiacciati contro la finestra a guardare biciclette trasportate da altri e a sentire risate di altri, onestamente, hanno il diritto di essere rispettati.

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