I giornali parlano del grave calo di natalità registrato in Italia.
Noi parliamo del calo di “vitalità” dei neogenitori.
Assistenzialismo? Non ci serve: ci serve riconoscimento del nostro lavoro, del nostro status di adulti, delle effettive esigenze dei neogenitori, neonati e bambini.

È notizia di ieri che l’Italia ha raggiunto i minimi storici di natalità degli ultimi 102 anni. Ogni donna, al momento, mette al mondo in Italia 1,29 figli e l’età media al momento del parto, per il primo figlio, è oltre i 32 anni.

Sento questa notizia e il mio pensiero automaticamente va prima ai miei amici che figli non ne hanno avuti e non ne vogliono per i motivi più disparati. Penso a tutte le volte in cui, mi sono detta, forse bisognerebbe ringraziarli dato che il nostro pianeta va verso il sovraffollamento.

Genitori di oggi: stanchi, vecchi, sull’orlo di una crisi di nervi (ma comunque felici)

Subito dopo, il pensiero torna a casa. Da quelli come me. Quelli che ascoltano questa notizia in rassegna stampa mentre portano il bambino a scuola, dopo la sveglia alle 6.20, la colazione a forza di su amore che facciamo tardi, il tutto dopo una notte in cui, se ti dice bene, il bambino si è svegliato almeno tre o quattro volte.

Il sonno interrotto, mi chiedo se i servizi segreti lo usino come tortura.

calo natalita italia

Penso a tutti gli amici che mi dicono “Per carità, non farlo il secondo! Sei pazza?” E ti dici che in fondo non lo farai il secondo perché tanto hai già 41 anni e mezzo, forse ci vorrebbe un aiuto medico e con questi chiari di luna i soldi meglio tenerli tutti per questo figlio unico.

Il figlio unico è quella cosa che, finché non ce l’hai, giuravi non avresti mai fatto in vita tua.

Penso a tutti quelli che molti di noi chiamano erroneamente adulti – perché dovremmo chiamarli anziani, ma siamo talmente abituati a farci trattare da ragazzini a cui basta una pacca sulla spalla che li chiamiamo ancora adulti – che ci dicono: siete immaturi, siete egoisti, se avessimo aspettato anche noi le condizioni economiche ottimali per fare un figlio voi non sareste qui.

Quello che la nostra generazione di genitori ha perso

Mi permetto di dire, cari anziani genitori oggi nonni o aspiranti tali, che nella maggioranza dei casi questo non è vero.

Che voi avevate quella cosa FONDAMENTALE per fare un figlio: la prima, la più importante.

Come? No, non è l’altruismo, e nemmeno, lasciatemelo dire, l’essere tanto “maturi”.

È la speranza nel futuro. Quel respiro che sa di progettualità, di tappe verso le quali correre e raggiunte le quali fermarsi per assaporarle, respirare, godersele.

La speranza nel futuro la mia generazione l’ha quasi del tutto persa. Le tappe sono picchi irraggiungibili e quei pochi che arrivano in cima guardano giù con la paura di cadere. Non lo so, vado per ipotesi: mai raggiunto nessun picco personalmente.

Non abbiamo un senso di progettualità e speranza, ma solo agende piene e ritmi allucinanti. E notizie poco incoraggianti su quanto prenderemo di pensione quando ci andremo, i più fortunati, attorno ai 75 anni.

Quali misure servirebbero per incrementare la natalità in Italia

Cosa ci serve, quindi, per fare questi benedetti figli?

Flessibilità lavorativa, che quando pare a voi e ci dovete ammollare contratti precari va bene. Al contrario misure come il telelavoro o più permessi, a chiederle, sembra si stia uccidendo qualcuno.

Chiedetelo a una mamma che non può scegliere se lasciare il lavoro o fare la mamma, ma si ritrova costretta a fare l’una o l’altra cosa perché i soldi non bastano, oppure perché l’hanno cacciata appena hanno saputo che era incinta. Io mi ricordo che c’erano mamme che non lavoravano per scelta.

Chiedetelo a una mamma che deve tirarsi il latte in bagno in ufficio perché è dovuta tornare a lavorare con il bambino che ancora non riesce a stare seduto da solo, quando l’OMS raccomanda l’allattamento esclusivo fino a 6 mesi e di continuare, se possibile, fino ai due anni.

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Il suo stipendio lo manda tutto in baby sitter o nidi privati, perché i posti negli asili nido pubblici sono ancora pochi. Io ho pagato 480€ al mese di nido per due anni.

E la mattina, dopo poppate su poppate notturne, questi vecchi neogenitori si trascinano in ufficio con facce che sembrano quella di Goldie Hawn e Meryl Streep in La Morte ti fa bella, nella scena finale quando si riattaccano pezzi di faccia con la saliva.

Chiedetelo a una mamma di un bambino più grande, 9 o 10 anni, con la febbre: la malattia bambino è riconosciuta – e non sempre pagata, anzi quasi mai dipendenti pubblici a parte – solo fino agli 8 anni di età.

Ce la vedo, mia figlia, a 8 anni, sola in casa, scrutare pensosa il termometro valutando se sia il caso di mettersi una supposta di Tachipirina o meno.

Ogni tanto esce fuori qualche bonus bebè, qualche rimborso asilo nido. Il tutto combattendo con la burocrazia che, non si sa bene perché, a volte accredita lo stesso bonus al tuo vicino in una settimana e tu prendi permessi su permessi per andare in giro a chiedere lumi sul perché quei soldi a te non sono mai arrivati.

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Non ci serve assistenzialismo. Ci serve potere d’acquisto.

Ci servono salari più alti, ci serve non dover fare due o tre lavori e accettarne di qualunque tipo noi che siamo laureati, con tanto di master, e laddove voi delle generazioni precedenti con un diploma – forse meno – vi sareste comprati adesso, a parità di età, la vostra seconda casa anche con un semplice lavoro da impiegato.

Non ci serve assistenzialismo.

Ci serve il riconoscimento della preparazione di anni, delle nostre capacità lavorative, del nostro “status” di adulti (e forse ci serve anche una scossa che ci svegli e ci faccia incazzare veramente).

Ci serve poter essere Mamma e Papà, un riferimento per i nostri figli, non quel genitore molto più preparato di voi, forse, molto più informato sulla genitorialità, sui metodi educativi, su cosa renderà sicuro e felice nostro figlio, ma sempre con le mani nei capelli perché, bambole, non c’è una lira.

Purtroppo la nostra è una corsa al risparmio, una corsa contro il tempo, una corsa contro la faccia che ci cade e voi che ci prendete per i fondelli e ci dite che siamo ancora giovani, anche per fare figli.

No, signori, io non mi sento giovane: io a luglio compirò 42 anni, lavoro da 23 anni, ho studiato nella miglior scuola di scrittura d’Italia e ogni fine mese faccio i conti con gli abissi dello scoperto bancario. Non c’è una fine ai guai, ai problemi, alle incombenze da risolvere. La mia bisnonna diceva la febbre de continuo ammazza l’uomo.

Tutto questo mentre assistiamo, sulle vostre bacheche Facebook, a bufale condivise, perché non siete in grado di distinguerle da una notizia vera.

Avete molto tempo libero, siete in pensione, pensione a volte rimpolpata da qualche consulenza che voi riuscite a strappare, e noi no, perché una vita di lavoro “da titolare” ti lascia in eredità una rete di contatti fra quelle persone che guardano noi dall’alto in basso. Indovina un po’ a chi l’hai tolta quella consulenza???

Continueremo a leggere i vostri buongiornissimi con orrendi fiori glitterati intermittenti, filmatini stupidi, articoli a volte anche un po’ xenofobi.

Fino alla condivisione, magari, della notizia che l’Italia è un paese che muore perché i giovani – quarantenni devastati dalla totale mancanza di serenità e sicurezza su cui fare affidamento – sono solo dei piccoli, ingrati, egoisti viziati.